Oggi al cinemino
11/09/2026
15:00🐶🇮🇹
17:00🌍
19:00🌍
21:00
21:30🌍
in programmazione questa settimana
  •  🇮🇹 Doppiato ITA
  •  🌍 Sottotitolato ITA
  •  🐶 Cinebau

Nel 2035, dopo una pandemia influenzale che ha decimato la popolazione mondiale, il Colorado è diventato un territorio quasi deserto, dove carburante, medicine e cibo sono risorse preziose e la fiducia negli altri è ormai un lusso. Hig, giovane pilota e meccanico, vive in un aeroporto abbandonato insieme a Bangley, ex marine e survivalista, e a Jasper, il cane che gli è rimasto dopo la morte della moglie. I due uomini hanno costruito un fragile equilibrio: Bangley pensa alla sicurezza e alla difesa del territorio, mentre Hig continua a conservare un legame con gli affetti e con il mondo che ha perduto. Con il suo piccolo aereo sorvola il territorio alla ricerca di provviste e di eventuali minacce. Durante uno dei suoi voli, Hig intercetta una misteriosa trasmissione radio proveniente dalla zona di Grand Junction. Quel segnale potrebbe indicare che esistono ancora altri sopravvissuti. Raggiungerlo significa però rischiare di non avere abbastanza carburante per tornare. Un evento tragico spinge Hig a lasciare comunque la sicurezza dell’aeroporto e a seguire quella voce lontana, nella speranza di trovare un segno di vita e una possibilità di futuro. Il viaggio lo conduce fino alla tenuta di Pops, uomo diffidente e protettivo, e a sua figlia Cima, giovane donna che aveva studiato medicina prima della fine del mondo. L’incontro apre una prospettiva diversa da quella di Bangley: non soltanto difendersi dagli altri e conservare ciò che resta, ma provare a ricostruire relazioni e una forma di comunità. La ricerca di altri esseri umani diventa così anche la ricerca di un legame capace di restituire un senso alla vita.

Adattamento del romanzo The Dog Stars di Peter Heller, il film di Ridley Scott usa la fine della civiltà per interrogarsi su ciò che rimane dell’essere umano quando vengono meno le strutture che organizzavano la vita quotidiana. Hig e Bangley incarnano due risposte opposte alla catastrofe: per uno sopravvivere significa anche conservare memoria, affetti e la capacità di immaginare un futuro; per l’altro significa soprattutto anticipare il pericolo e proteggere il proprio territorio. Jasper rappresenta il legame di Hig con la moglie perduta e con la vita precedente, mentre la radio diventa il segnale di una possibilità ancora aperta. Solitudine, lutto, paura, fiducia e speranza attraversano così una storia nella quale la sopravvivenza fisica diventa inseparabile dalla necessità di trovare un motivo per continuare a vivere.

Scott lega il racconto al paesaggio, alternando grandi spazi silenziosi a improvvise esplosioni di tensione. Il Colorado post-apocalittico è stato ricreato attraverso location del Friuli Venezia Giulia, del Veneto, dell’Abruzzo e del Lazio. I paesaggi diventano parte integrante del mondo del film e amplificano la sensazione di isolamento. Al centro rimane Hig, uomo sospeso fra il mondo che ha perduto e la possibilità di un nuovo inizio: in un futuro in cui tutto sembra essere finito, cercare un’altra persona diventa già una forma di speranza.

Dom 13 Set 19:30🌍
Mar 15 Set 14:30🐶🇮🇹

Dopo dieci anni di guerra, Troia è caduta e Odisseo, re di Itaca, intraprende finalmente il viaggio verso casa. Ad aspettarlo ci sono la moglie Penelope e il figlio Telemaco, che non vede da vent’anni. Ma il ritorno si trasforma in una nuova, interminabile prova: il mare si rivela ostile e il percorso verso Itaca porta Odisseo e i suoi uomini a confrontarsi con creature leggendarie, divinità e forze che mettono continuamente alla prova la loro capacità di sopravvivere. Matt Damon è Odisseo, l’eroe astuto e combattivo che ha contribuito alla caduta di Troia grazie al celebre cavallo di legno. Ma dietro l’intelligenza del comandante c’è anche un uomo che ha trascorso anni immerso nella guerra e che ora deve attraversare un mondo nel quale le regole della realtà sembrano continuamente cambiare. Durante il viaggio Odisseo incontra il Ciclope Polifemo, affronta il fascino e i pericoli di Circe, deve resistere al canto delle Sirene e attraversa acque dominate da Scilla e Cariddi. Il viaggio lo conduce anche verso il regno dei morti e sull’isola di Calipso, trasformando progressivamente il ritorno a casa in una lunga serie di prove nelle quali forza, astuzia e volontà vengono messe alla prova. Questi elementi appartengono al cuore dell’epica omerica e sono parte della grande avventura che Nolan porta sullo schermo. Mentre Odisseo è lontano, però, anche Itaca continua a vivere. Penelope è costretta a sopportare l’attesa e la pressione dei pretendenti, che vedono nell’assenza del re l’occasione per conquistare il potere. Telemaco, invece, è cresciuto senza il padre e deve costruire la propria identità in rapporto a un uomo che conosce soprattutto attraverso il ricordo e i racconti degli altri. Il viaggio di Odisseo è quindi anche un viaggio verso una casa che non è rimasta immobile. Più il tempo passa, più aumenta la distanza fra l’uomo partito per Troia e quello che cerca di tornare dalla propria famiglia. La guerra è ormai terminata, ma le sue conseguenze continuano a accompagnarlo durante il viaggio.

Nolan utilizza l’epica per tornare a uno dei suoi temi più ricorrenti: il rapporto fra tempo, memoria e identità. L’Odissea diventa così non soltanto un racconto di mostri, battaglie e divinità, ma la storia di un uomo che cerca di recuperare il legame con ciò che ha lasciato alle proprie spalle. La rilettura conserva la forza archetipica del poema ma la affronta con una scala cinematografica enorme. Il film è stato girato interamente con tecnologia IMAX 70mm, in numerose location internazionali, con una particolare attenzione alla fisicità dei paesaggi, delle navi, delle battaglie e delle creature del mito.

Eppure, dietro l’imponenza dello spettacolo, rimane una storia molto semplice: un uomo che ha passato vent’anni lontano da casa e che cerca di ritrovare la strada verso le persone che ama. Perché nell’Odissea il viaggio non consiste soltanto nel raggiungere Itaca. Consiste nel capire se, dopo tutto quel tempo, sia ancora possibile tornarvi davvero.

Sab 12 Set 15:00🐶🌍

Nel 1976, mentre il Cile vive sotto la dittatura di Augusto Pinochet, Aldo Marín, giovane socialista ed ex minatore esperto di esplosivi, è costretto a lasciare il Paese. Insieme all’amico El Chapa arriva a Torino, portando con sé il peso di una fuga che lo ha separato dalla moglie e dal figlio appena nato. Il suo obiettivo è semplice: trovare un lavoro, mettere da parte il denaro necessario e riuscire a ricongiungersi con la famiglia. Ma la Torino in cui approda è una città industriale attraversata dalle lotte operaie, dalla radicalizzazione politica e dalla violenza degli Anni di Piombo. Mentre El Chapa si adatta rapidamente alla dimensione clandestina e agli ambienti illegali, Aldo cerca invece di costruirsi una vita normale, imparando a muoversi in una realtà straniera e in una lingua che ancora non gli appartiene. L’incontro con Luciana, giovane dottoressa e docente universitaria legata agli ambienti extraparlamentari, cambia progressivamente la sua traiettoria. Impegnata nell’aiuto alle donne che ricorrono agli aborti clandestini, Luciana proviene da una famiglia aristocratica ma ha scelto una militanza radicale. Tra lei e Aldo nasce un rapporto fondato su una rabbia e un desiderio di libertà che assumono forme diverse. È attraverso di lei che Aldo si trova davanti alla possibilità di guadagnare rapidamente il denaro necessario a far arrivare la sua famiglia in Italia. Il prezzo, però, è tornare a utilizzare ciò che sa fare meglio: fabbricare esplosivi. Quella competenza che appartiene alla sua vita precedente diventa così una nuova possibilità e, allo stesso tempo, una trappola. Mentre Aldo si avvicina nuovamente alla clandestinità, il maresciallo Franco Russo, specialista di esplosivi della Scientifica di Torino, segue le tracce degli attentati che attraversano la città.

Liberamente ispirato alla vera storia di Aldo Marín e al libro-inchiesta di Juan Cristóbal Guarello, il film mette in relazione il Cile della dittatura e l’Italia degli Anni di Piombo senza sovrapporli, ma facendoli risuonare attraverso le esperienze di repressione, conflitto e sradicamento. Al centro c’è un uomo che non cerca una nuova rivoluzione, ma una casa per sé e per la propria famiglia. L’esilio diventa così una condizione più profonda della semplice lontananza geografica: Aldo è costretto a ridefinire la propria identità, il proprio rapporto con la politica e persino il modo di comunicare, mentre l’italiano che impara progressivamente accompagna il suo difficile ingresso in una nuova realtà.

Nel suo primo lungometraggio di finzione, Sergio Castro-San Martín intreccia il dramma dell’esule con il noir, il giallo e il poliziottesco italiano degli anni Settanta. Torino diventa uno spazio concreto e inquieto, dove la dimensione privata e quella politica finiscono continuamente per sovrapporsi. Più che raccontare l’epica della rivoluzione, il film guarda agli individui rimasti dopo la sconfitta degli ideali, alle loro solitudini e al bisogno di appartenere ancora a qualcosa. La storia di Aldo diventa così il ritratto di un uomo sospeso fra il passato che ha lasciato in Cile e un futuro che, per poterlo raggiungere, rischia continuamente di riportarlo indietro.

Ven 11 Set 17:00🌍
Mer 16 Set 17:00🌍

In un futuro prossimo in cui droni, automobili autonome e umanoidi dotati di intelligenza artificiale sono ormai parte della vita quotidiana, Otone e Kensuke Komoto vivono a Yokohama ancora sospesi nel lutto per la morte del figlio Kakeru, scomparso a sette anni in un incidente. Lei è un’architetta, lui dirige un’impresa di costruzioni: nella loro casa luminosa e silenziosa, ogni spazio sembra conservare la traccia del bambino che non c’è più. Quando la società REbirth offre loro un umanoide costruito sull’immagine, sulla voce e sui ricordi del figlio, il dolore assume una forma inattesa. Otone vede nella macchina la possibilità di continuare a essere madre; Kensuke, più diffidente, non riesce invece a dimenticare che dietro quel volto familiare c’è una macchina. La presenza del nuovo Kakeru riapre così una ferita che sembrava ormai parte della loro quotidianità. Il bambino artificiale riproduce abitudini e ricordi del figlio perduto, ma è anche capace di apprendere, osservare e costruire progressivamente un proprio rapporto con il mondo. Mentre Otone cerca di riconoscerlo come il bambino che ha perduto e Kensuke continua a confrontarsi con la realtà della sua morte, riaffiorano rimorsi, colpe e distanze che il lutto aveva reso difficili da nominare. L’umanoide diventa allora qualcosa di più di una copia: una presenza ambigua attraverso cui la coppia è costretta a interrogarsi su ciò che resta di una persona quando la sua immagine può essere ricostruita.

Come spesso nel cinema di Hirokazu Kore-eda, la dimensione fantastica nasce dentro una quotidianità concreta e familiare. La fantascienza rimane discreta, quasi invisibile, mentre la casa, il lavoro, il legno e gli alberi diventano luoghi attraverso cui osservare la memoria e il desiderio di costruire nuovamente un legame. Quando Kakeru entra in contatto con altri umanoidi, il film amplia delicatamente il proprio sguardo: dalla possibilità di sostituire chi è stato perduto emerge quella, più inquietante e insieme più libera, di un essere artificiale che comincia a cercare una propria forma di appartenenza.

Da Still Walking a Shoplifters, Kore-eda ha sempre osservato la famiglia come qualcosa che si costruisce attraverso la cura, la convivenza e la separazione. Qui porta quelle stesse domande in un futuro appena diverso dal nostro, dove memoria e tecnologia possono trasformare il desiderio di trattenere qualcuno in una presenza concreta. Il titolo, ispirato a Il piccolo principe e alla pecora nascosta dentro una scatola, suggerisce il cuore del film: ciò che vediamo non coincide necessariamente con ciò che amiamo, e riconoscere qualcuno significa forse anche accettare che non possiamo possederlo per sempre.

Ven 11 Set 19:00🌍

Nel giardino botanico di un’antica università tedesca, un maestoso ginkgo biloba osserva da oltre un secolo il passaggio degli esseri umani. Attorno a quell’albero si intrecciano tre storie ambientate nel 1908, nel 1972 e nel 2020, tre momenti nei quali persone diverse cercano, ciascuna a modo proprio, di comprendere ciò che le circonda. Nel 1908, la prima studentessa ammessa all’università si trova a dover conquistare il proprio posto in un ambiente ancora dominato dagli uomini. Attraverso la fotografia scopre un modo nuovo di guardare la natura, lasciandosi sorprendere dalle forme nascoste nelle piante più comuni. Nel 1972, una giovane studentessa osserva con attenzione le reazioni di un geranio e coinvolge nella sua ricerca un ragazzo che, attraverso quel piccolo essere vivente, comincia a guardare il mondo con occhi diversi. Nel 2020, mentre la pandemia sospende la vita quotidiana, un neuroscienziato proveniente da Hong Kong, arrivato in Germania per studiare la mente dei neonati, rivolge la propria curiosità verso il grande ginkgo del giardino. Tre epoche lontane, unite dallo stesso luogo e dalla presenza silenziosa della natura.

Ildikó Enyedi crea un racconto lieve e sorprendente sul bisogno di entrare in relazione con ciò che non conosciamo. Le piante diventano così molto più di un oggetto di studio: sono presenze che mettono in discussione il nostro modo di osservare e la convinzione di essere al centro del mondo. Attraverso piccoli gesti, incontri inattesi e tentativi spesso goffi di comunicare, il film accosta la ricerca scientifica al desiderio, la curiosità alla solitudine, l’osservazione della natura alla necessità profondamente umana di sentirsi parte di qualcosa. Anche i rapporti tra gli individui cambiano con il passare dei decenni, così come cambiano le convenzioni sociali e il modo di vivere la propria identità, ma rimane costante la difficoltà di stabilire un contatto autentico con l’altro. Il tempo umano scorre mentre il ginkgo rimane. È in questo contrasto che Silent Friend trova una delle sue suggestioni più profonde: da una parte esistenze brevi, inquietudini, desideri e trasformazioni; dall’altra una forma di vita capace di attraversare le epoche secondo ritmi che non coincidono con quelli dell’uomo. La regista ungherese torna a interrogarsi sulla possibilità di una connessione che vada oltre i confini dell’esperienza individuale. Ma qui lo sguardo si allarga fino a comprendere il mondo vegetale e quei territori della percezione che l’essere umano fatica a riconoscere. Silent Friend non cerca di stabilire quanto una pianta possa essere simile a noi: preferisce suggerire che forse siamo noi a dover imparare a guardare diversamente ciò che consideriamo altro. E così, mentre il ginkgo continua silenziosamente a crescere, gli uomini passano, si incontrano, si cercano e provano, con maggiore o minore successo, a trovare un linguaggio comune.

Dom 13 Set 14:30🐶🌍

Ivy ha diciassette anni, è sopravvissuta a una leucemia ed è in remissione da circa dieci mesi. Ma tornare a casa non significa per lei tornare alla vita di prima. Dopo aver trascorso una parte dell’adolescenza fra ospedali e trattamenti, Ivy è arrabbiata, sarcastica e insofferente verso chi continua a considerarla una ragazza fragile da proteggere. I suoi genitori, preoccupati e incapaci di raggiungerla, decidono di iscriverla per quattro settimane al Children Run Free Camp, un campo estivo scozzese per ragazzi che hanno affrontato il cancro. Ivy lo ribattezza sarcasticamente “Chemo Camp” e parte considerandolo l’ennesima imposizione degli adulti. Al campo trova esattamente ciò che vorrebbe evitare: attività di gruppo, regole, slogan motivazionali e adulti convinti di sapere cosa sia meglio per lei. A guidare il centro c’è Patrick, energico e apparentemente sempre ottimista, mentre una consulente cerca di aiutarla ad affrontare la rabbia e ciò che la malattia ha lasciato dietro di sé. A cambiare progressivamente il suo soggiorno è però Ella, la compagna di bungalow espansiva e senza filtri che la introduce nella propria cerchia di amici. Con Jake, Ralph, Maisie e Archie, Ivy scopre un gruppo nel quale il cancro non è l’argomento principale: i ragazzi parlano di sesso, musica, feste e relazioni, scherzano, litigano e infrangono le regole come qualsiasi altra compagnia di adolescenti.

La vicinanza a Jake apre inoltre a Ivy una dimensione che aveva dovuto mettere da parte: l’attrazione, il desiderio, la paura di essere rifiutata e la possibilità di innamorarsi. Anche Jake, però, porta con sé una vulnerabilità che emerge dietro l’ironia e la sicurezza apparente. Il campo diventa così un luogo paradossale: nato per riunire ragazzi accomunati dalla malattia, permette loro proprio di smettere di essere definiti da essa. Fra fughe, attività all’aperto, feste, musica e momenti di complicità, Ivy comincia a riappropriarsi di un’adolescenza interrotta.

Diretto da George Jaques, Sunny Dancer affronta il tema del cancro spostando deliberatamente lo sguardo dall’ospedale al “dopo”. La malattia non è raccontata come una battaglia da vincere, ma come un’esperienza che continua a condizionare il modo in cui questi ragazzi guardano se stessi, gli altri e il proprio futuro. L’amicizia diventa così una forma di appartenenza, mentre l’amore e il desiderio restituiscono ai protagonisti una normalità che non coincide con il semplice ritorno alla vita precedente. Jaques costruisce il film come un coming-of-age corale, mescolando commedia adolescenziale, romanticismo e malinconia. L’ironia, il sesso, le feste e la trasgressione non attenuano il peso dell’esperienza vissuta: sono piuttosto gli strumenti attraverso cui i personaggi cercano di convivere con la consapevolezza della propria fragilità. Al centro rimane Ivy, una ragazza che non vuole essere ammirata perché è sopravvissuta, ma semplicemente poter essere, ancora una volta, una ragazza di diciassette anni.

Ven 11 Set 15:00🐶🇮🇹

Nel 1975 Anthony Bourdain ha diciannove anni, studia al Vassar College e sogna di diventare scrittore. Sicuro della propria intelligenza e convinto di avere già il talento necessario per costruirsi un futuro nella letteratura, Tony si presenta a un colloquio per una borsa di studio che dovrebbe permettergli di dedicarsi alla scrittura. Quando scopre di non averla ottenuta, preferisce nascondere il fallimento e lasciare che gli altri continuino a credere alla versione più brillante di sé che ha costruito. Anche Nancy, la ragazza di cui è innamorato, si trova al centro delle sue fantasie e delle sue bugie. Quando lei parte per trascorrere l’estate a Provincetown, sul Cape Cod, Tony decide di seguirla, senza denaro e senza un vero piano per il futuro. A Provincetown finisce a lavorare come lavapiatti in un ristorante di pesce, entrando per la prima volta nel mondo della cucina professionale. Qui incontra Ciro, lo chef e proprietario del locale interpretato da Antonio Banderas, e Sal, giovane cuoco impulsivo, carismatico e imprevedibile interpretato da Leo Woodall. Fra fornelli, ordini urlati, fatica e turni estenuanti, Tony scopre un universo nel quale le parole e l’intelligenza con cui è abituato a impressionare gli altri contano molto meno della capacità di lavorare, imparare e resistere alla pressione. La cucina diventa così una scuola inattesa, mentre il rapporto con Ciro e quello, più irregolare e competitivo, con Sal costringono Tony a confrontarsi con la distanza fra l’uomo che vorrebbe essere e quello che è realmente.

Matt Johnson sceglie di raccontare Bourdain prima che esista il personaggio pubblico destinato a diventare celebre in tutto il mondo. Liberamente ispirato a Kitchen Confidential, il film non segue la forma tradizionale del biopic, ma si concentra su una sola estate formativa, trasformando l’ingresso in cucina in un vero racconto di formazione. Tony è ancora un ragazzo presuntuoso, inquieto e insicuro, che immagina il proprio futuro attraverso i libri senza sapere ancora quale esperienza potrà dargli qualcosa da raccontare. Il lavoro diventa allora più di un modo per guadagnarsi da vivere: è il luogo in cui il talento deve misurarsi con la disciplina, il corpo e la responsabilità, e nel quale una nuova identità comincia lentamente a prendere forma.

Provincetown, con il mare, la luce estiva e la sua atmosfera libera e anticonvenzionale, fa da contrappunto alla cucina, spazio chiuso, rumoroso e fisicamente estenuante. Dominic Sessa restituisce un Tony ancora lontano dall’immagine dell’icona televisiva e letteraria che diventerà: un giovane uomo che mente, si mette in mostra, cerca approvazione e deve ancora capire quale strada scegliere. Nel caos di una cucina di provincia, fra amicizie, desideri e umiliazioni, comincia però a scoprire qualcosa che non aveva previsto: a volte per trovare la propria voce bisogna prima trovare un luogo in cui imparare ad ascoltare.

Ven 11 Set 21:30🌍

Proiezione all’aperto gratuita Giardino delle Culture – Via Morosini, 8

Giovanni ha ‘dormito’ per 31anni. Il giorno in cui, a piazza san Giovanni, si tenevano i funerali di Enrico Berlinguer l’asta di uno striscione gli è caduta in testa procurandogli un coma profondo durato così a lungo. Ora però il mondo in cui l’allora diciottenne si viene a trovare è decisamente cambiato. Avrà bisogno dell’aiuto della suora che gli era stata a fianco nel corso della degenza e di un ragazzo affetto da mutismo selettivo.

Ven 11 Set 21:00