03/10/2026
- 🇮🇹 Doppiato ITA
- 🌍 Sottotitolato ITA
- 🐶 Cinebau
A Tangeri, nel quartiere storico legato alla comunità spagnola, María Ángeles vive da sola nella casa di Calle Málaga in cui ha trascorso gran parte della propria vita. Ha settantanove anni, è vedova, ma la sua non è una solitudine vuota: conosce i vicini, coltiva amicizie, si muove per le strade del quartiere con naturalezza e conserva nei gesti quotidiani il senso di una vita pienamente abitata. L’equilibrio cambia quando la figlia Clara arriva da Madrid e annuncia di voler vendere l’appartamento. Per Clara, divorziata, con figli e alle prese con difficoltà economiche, la casa rappresenta una risorsa necessaria; per María Ángeles è invece qualcosa di molto più profondo, il luogo in cui memoria, affetti e identità si sono sedimentati nel corso degli anni. L’idea di trasferirsi in Spagna o in una struttura per anziani significa per lei rinunciare non soltanto a quattro mura, ma a un intero modo di essere al mondo.
Maryam Touzani crea il conflitto tra madre e figlia senza ridurlo a uno scontro tra ragioni opposte. Clara porta con sé necessità concrete e una propria fragilità, mentre María Ángeles rivendica il diritto di scegliere per sé anche quando la società, e persino chi le vuole bene, sembra considerarla ormai incapace di farlo. Quando la casa viene svuotata, gli oggetti acquistano un peso nuovo: mobili, stoviglie e ricordi diventano frammenti di una vita che rischia di essere dispersa. Da questa perdita nasce una reazione sorprendentemente vitale, una volontà di riappropriarsi del proprio spazio e della propria autonomia. Nel frattempo, attraverso l’incontro con Abslam, antiquario entrato nella sua vita proprio attraverso gli oggetti della casa, si apre una possibilità inattesa: quella di lasciare che il presente torni a essere fatto anche di curiosità, complicità e desiderio.
La casa e la strada che le dà il nome diventano così il cuore emotivo del film, mentre Tangeri emerge come una città stratificata, attraversata da lingue, culture e memorie differenti. Touzani, nata e cresciuta proprio qui, guarda al luogo della propria infanzia senza trasformarlo in uno sfondo esotico: le strade, i negozi, i vicini e i piccoli rituali quotidiani compongono una comunità alla quale María Ángeles sente di appartenere profondamente. È anche attraverso questa dimensione collettiva che il film mette in discussione l’immagine convenzionale della vecchiaia come tempo di rinuncia. María Ángeles continua a cucinare, uscire, incontrare persone, coltivare amicizie e soprattutto desiderare. Il corpo anziano non viene nascosto né trattato come un limite, ma accolto come parte di una vitalità ancora intatta. Al centro di Calle Málaga c’è dunque una domanda semplice e insieme radicale: quanto della propria vita si è disposti a cedere agli altri, anche quando sono le persone amate a chiederlo?
Dopo Il caftano blu, la regista torna a interrogare i legami familiari e il desiderio, spostando però lo sguardo verso una donna anziana che rifiuta di considerare conclusa la propria storia. Ne nasce un racconto sulla casa come memoria, sull’appartenenza come parte dell’identità e sulla possibilità, anche nella terza età, di continuare a scegliere, cambiare e amare.
Di notte, sui tetti di Tel Aviv, ventiquattro voci anonime raccontano dall’interno il funzionamento di un apparato militare e tecnologico impiegato nelle operazioni israeliane a Gaza dopo il 7 ottobre 2023. Sono membri dell’intelligence e dell’esercito, intervistati con volti e identità protetti, e le loro testimonianze ricostruiscono una catena fatta di sorveglianza, intercettazioni, raccolta di dati, sistemi automatizzati e individuazione degli obiettivi. Non c’è un protagonista individuale: il vero personaggio di NAZA è il sistema stesso, osservato attraverso coloro che ne hanno occupato ruoli diversi e che descrivono il proprio lavoro con gradi differenti di distanza, disagio o consapevolezza. Al centro emerge anche il termine che dà il titolo al film, utilizzato nell’apparato d’intelligence per indicare il numero previsto di vittime civili associato a un attacco: una parola tecnica che rivela quanto il linguaggio della guerra possa trasformare la vita umana in una variabile del calcolo.
Yuval Abraham e Rachel Szor trasformano così anni di giornalismo investigativo in un racconto cinematografico sulla distanza fra una decisione e le sue conseguenze. Le testimonianze procedono per accumulo, aggiungendo ogni volta un elemento alla ricostruzione di una macchina nella quale l’individuo può percepirsi come un piccolo ingranaggio. La questione non riguarda soltanto la tecnologia, ma il modo in cui dati, procedure e numeri possono modificare la percezione di chi si trova dall’altra parte dello schermo. Il film osserva la progressiva traduzione delle persone in informazioni operative e interroga il rapporto fra responsabilità individuale, obbedienza e struttura collettiva, lasciando emergere una domanda più ampia: come può un sistema rendere ordinaria un’azione dalle conseguenze tanto estreme? La scelta visiva è radicalmente essenziale. I tetti di Tel Aviv, ripresi nella notte, diventano il luogo fisico e simbolico delle conversazioni: sullo sfondo una città illuminata continua la propria vita quotidiana, mentre nelle voci degli intervistati prende forma il racconto di ciò che accade a Gaza. Finestre accese, televisori e frammenti della vita domestica costruiscono un controcampo silenzioso alle testimonianze. Gaza rimane in gran parte fuori dall’immagine e proprio questa assenza acquista forza: la violenza viene evocata attraverso parole, silenzi e informazioni, senza affidarsi allo shock delle immagini di distruzione. I volti oscurati e le voci alterate accentuano inoltre la sensazione di trovarsi davanti a una memoria collettiva più che a singole confessioni. Come spiegano gli stessi registi, il film vuole interrogare non soltanto ciò che viene detto, ma anche ciò che rimane non detto, facendo del silenzio una parte essenziale della sua messa in scena.
Nato dalle inchieste realizzate negli ultimi anni da The Guardian, +972 Magazine e Local Call, NAZA porta nel cinema la materia del giornalismo investigativo senza rinunciare alla complessità delle testimonianze anonime. Dopo No Other Land, Yuval Abraham e Rachel Szor spostano lo sguardo dalla realtà osservata nei territori palestinesi alla società israeliana e agli apparati che operano a distanza. Il risultato è un documentario costruito sulla sottrazione: pochi luoghi, nessuna spettacolarizzazione, molte voci e una città che continua a brillare sullo sfondo. Presentato in concorso alla Mostra di Venezia 2026, dove ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria, il film trasforma il buio dei tetti di Tel Aviv in uno spazio di ascolto e confronto, interrogando il rapporto fra tecnologia, potere e responsabilità attraverso ciò che gli uomini raccontano e ciò che ancora faticano a dire.
Leo è un produttore musicale che vive isolato nel proprio appartamento-studio, tormentato da un dolore alla schiena che limita i suoi movimenti e lo costringe a trascorrere gran parte del tempo in casa. La sua routine cambia quando incontra Anne, fisioterapista che si prende cura di lui a domicilio. Quello che nasce come un rapporto professionale si trasforma lentamente in una relazione sentimentale intensa e ambigua, nella quale il bisogno di vicinanza si confonde con quello di essere accuditi. La fragilità fisica di Leo diventa parte stessa del rapporto, mentre la dipendenza dagli antidolorifici rende sempre più incerto il confine fra cura, desiderio e controllo. Nello stesso appartamento Leo lavora al ritorno sulle scene di Ava May, celebre cantante che da tempo si è ritirata dalla musica. La sua voce attraversa le stanze e riporta nel presente qualcosa che appartiene al passato, diventando una presenza capace di modificare gli equilibri fra i personaggi.
Andrea Pallaoro costruisce una storia d’amore fatta di avvicinamenti, separazioni e ritorni, nella quale Leo e Anne sembrano incapaci tanto di lasciarsi quanto di liberarsi l’uno dell’altra. L’appartamento diventa progressivamente molto più di un semplice luogo: è uno spazio chiuso nel quale gesti, ricordi e sentimenti sembrano ripetersi, come se ogni stanza conservasse le tracce delle relazioni che l’hanno attraversata. Il dolore fisico di Leo si intreccia a una sofferenza emotiva più profonda, mentre il rapporto mette continuamente in discussione la differenza fra amore e dipendenza, intimità e possesso. La presenza di Ava introduce una dimensione legata alla memoria e al tempo: la sua voce attraversa l’ambiente e sembra appartenere contemporaneamente al presente e a qualcosa che non è più possibile trattenere.
La scelta di concentrare la vicenda in un unico ambiente porta Pallaoro a costruire un film da camera nel quale corpi, distanze e movimenti nello spazio diventano fondamentali. Le stanze vengono esplorate lentamente, mentre la ripetizione di gesti e situazioni crea la sensazione di un tempo sospeso, nel quale passato e presente finiscono per sovrapporsi. La musica di Clément Ducol e la voce di Susan Sarandon contribuiscono a trasformare l’appartamento in uno spazio attraversato da presenze, ricordi e desideri.
The Echo Chamber nasce dall’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci, scritta insieme a Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi, e rappresenta per Pallaoro il primo film tratto da una sceneggiatura che non aveva ideato personalmente. Luca Marinelli, Alicia Vikander e Susan Sarandon danno corpo a tre presenze che abitano lo stesso spazio in modi diversi, mentre la regia trasforma l’appartamento in un paesaggio interiore. Tra amore, dolore e dipendenza, il film racconta così il fragile confine fra il bisogno dell’altro e la possibilità di esserne prigionieri.
Venerdì 2 ottobre al termine della proiezione Marco Bechis incontrerà il pubblico.
Modera Giuseppe Paternò Raddusa
Buenos Aires, 2008. Dopo trentatré anni trascorsi in Italia, Mariano Guerra torna in Argentina per testimoniare al processo contro gli ex militari che lo sequestrarono, torturarono e tennero prigioniero durante la dittatura. Medico, ormai lontano dal Paese e dalla vita di allora, Mariano si ritrova insieme ad altri sopravvissuti negli alloggi del Ministero della Giustizia, in attesa di una deposizione che sembra non arrivare mai. Ma l’attesa è già un ritorno: nei volti di chi ha condiviso la prigionia, nei luoghi che riaffiorano dalla memoria, nei gesti più ordinari, il passato comincia lentamente a occupare il presente. Tornare a Buenos Aires significa così avvicinarsi di nuovo a una parte di sé che Mariano ha cercato per decenni di lasciare indietro. Per lui, però, ricordare non significa soltanto confrontarsi con la violenza subita. Durante la prigionia è stato costretto a collaborare con i propri carcerieri, trascinato dentro quel sistema di ricatto e assoggettamento con cui la repressione trasformava le vittime in strumenti della propria macchina. È una zona d’ombra che il film non cerca di semplificare: Mariano è un sopravvissuto, ma porta con sé anche la vergogna e il senso di colpa per ciò che fu costretto a fare. Il processo diventa allora qualcosa di più di un atto giudiziario. È il luogo in cui una memoria privata, frammentaria e dolorosa, cerca di diventare testimonianza pubblica, mentre il protagonista si misura con la domanda più difficile: che cosa significa essere rimasti vivi?
Marco Bechis racconta questo ritorno attraverso silenzi, volti, attese e spazi apparentemente ordinari che la memoria trasforma in luoghi della storia. Il passato non viene spiegato, ma riaffiora per frammenti, attraverso una narrazione che mette in comunicazione presente e ricordo e lascia che sia il corpo di Mariano a rivelare ciò che le parole non riescono a dire. La violenza non è spettacolarizzata: ciò che interessa al regista è la sua persistenza, il modo in cui continua ad agire nella mente, nelle relazioni e nella percezione di sé molto tempo dopo la fine della prigionia.
A quasi trent’anni da Garage Olimpo, Bechis torna dunque alla ferita della dittatura argentina da una prospettiva diversa: non più il funzionamento quotidiano della repressione, ma ciò che accade a chi ne è uscito vivo. Pur nascendo da una vicenda storica intimamente legata all’esperienza del regista, Mariano non è un alter ego di Bechis, ma un personaggio costruito anche attraverso le testimonianze di altri sopravvissuti. Adriano Giannini ne restituisce la fragilità con un’interpretazione trattenuta, tutta giocata sulla presenza fisica e sui silenzi. Girato tra Torino e Porto Alegre, il film costruisce così una Buenos Aires mentale, fatta di luoghi reali e ricordi che continuano a chiedere di essere attraversati.
A Roma, a pochi giorni da Capodanno, Leo e Irene si frequentano da tre mesi, dopo essersi conosciuti quasi per caso, ma non hanno ancora trovato il coraggio di chiedersi cosa siano davvero. Leo è un aspirante attore arrivato da Fucecchio, che nella Capitale si mantiene con lavori precari mentre cerca di costruirsi un futuro; Irene è sceneggiatrice e insegna scrittura. Stanno bene insieme, si piacciono, ma quando arriva il momento di dare un nome alla loro relazione entrambi sembrano preferire rimandare. La sera in cui finalmente decidono di parlarne, la Fiesta di Leo viene rubata sotto casa di Irene. Quello che doveva essere un chiarimento sentimentale si trasforma così in una settimana di commissariati, assicurazioni, uffici, controlli e incontri improbabili, mentre la ricerca dell’auto comincia a mettere alla prova anche il rapporto tra i due.
Niccolò Gentili prende il pretesto di un furto d’auto per raccontare una generazione che sembra arrivata all’età adulta senza sentirsi davvero pronta a diventarlo. Leo e Irene hanno costruito una vita nella grande città, ma davanti alla possibilità di trasformare una frequentazione in una scelta emergono tutte le loro esitazioni. La ricerca della Fiesta diventa allora qualcosa di più di una semplice disavventura: un percorso accidentato attraverso una Roma caotica e imprevedibile, dove anche il problema più concreto può trasformarsi in un’odissea. Mentre cercano di recuperare ciò che hanno perso, i due sono costretti a confrontarsi con una domanda molto più difficile: che cosa significhi davvero scegliere qualcuno e immaginare insieme il proprio futuro. Roma accompagna ogni passaggio della vicenda con il traffico, gli spostamenti e gli ostacoli della vita quotidiana, diventando parte integrante della commedia.
Esordio alla regia di Niccolò Gentili, il film affida a Francesco Carril e Linda Caridi una coppia nella quale il problema non è capire se esista un sentimento, ma trovare il coraggio di riconoscerlo. Giorgio Tirabassi, Sergio Pierattini, Paola Michelini e gli altri interpreti contribuiscono a una galleria di personaggi che accompagna Leo e Irene nelle loro disavventure. Gentili costruisce una commedia romantica nella quale la domanda del titolo finisce per diventare anche quella dei suoi protagonisti: non soltanto dove sia finita una macchina, ma quale direzione prendere quando arriva il momento di smettere di rimandare.
INFO E ISCRIZIONI QUI: https://www.longtake.it/it/corsi-e-webinar/focus-on-il-cinema-d-animazione
Seminario sul tema, brunch con il critico e proiezione di un film importante!
Un nuovo format targato longtake che comprende un’intera giornata dedicata a… un tema importantissimo della storia del cinema!
Un seminario di cinema dedicato alla storia del cinema d’animazione, dalle origini fino ai giorni nostri!
Vi aspettiamo quindi per un’intera giornata, in programma domenica 4 ottobre, dedicata alla storia del cinema d’animazione e divisa in tre appuntamenti: la mattina, dalle 10 alle 13, un seminario dedicato all’evoluzione degli stili animati, ai movimenti più rappresentativi della storia della Settima Arte e alle autrici e agli autori che hanno reso quest’arte semplicemente immortale.
A seguire, dalle 13 alle 14, un “brunch con il critico”, per continuare a chiacchierare e discutere insieme del tema della giornata.
Dopo pranzo, alle 14.30 la proiezione di Persepolis
Il prezzo del biglietto comprende l’intero pacchetto: seminario, brunch e proiezione!
Per gli iscritti è inclusa tessera associativa annuale del valore di 5€, valida per tutto il 2026, necessaria per accedere a Il Cinemino.
L’appuntamento è presso Il Cinemino a Milano. Per tutti gli iscritti, il seminario sarà poi disponibile in versione registrata!
🟥 Per passare una domenica insieme a pensare, parlare e ammirare il cinema di animazione
Il film sarà introdotto dal critico cinematografico Andrea Chimento
Versione Restaurata
Persepolis, film d’animazione scritto e diretto da Marjane Satrapi, segue le vicende di Marjane, una bambina gioiosa, piena di energie e soprattutto molto curiosa, proveniente da una famiglia borghese. Quando suo zio, vecchio comunista, viene scarcerato dopo molti anni, avvicina la piccola alla politica e la sensibilizza su quanto stia accadendo nel suo paese, suscitando in lei un amore particolare per la storia.
Con lo scoppio della guerra tra Iraq e Iran, la madre e il padre di Marjane decidono di mandarla a studiare in un liceo a Vienna per proteggerla. Sebbene non si trovi bene in Europa, la ragazza cerca in tutti i modi di integrarsi, conoscendo le tradizioni occidentali e frequentando ritrovi giovanili. Si innamora anche, credendo di aver trovato l’amore che dura per sempre. Tuttavia non è così e, triste e delusa per la fine della sua breve storia, si ritrova a vagabondare per la città senza più una fissa dimora.
Notte dopo notte per le strade di Vienna, Marjane si ammala e viene perfino ricoverata in ospedale. Quando si riprende, decide di tornare a casa in Iran e chiama i suoi genitori per avvisarli. La depressione, però, la segue, soprattutto perché trova la sua patria completamente devastata dalla guerra. Anche la scelta di convolare a nozze non sarà appagante, anzi. Questo la porterà a riflettere seriamente sulla sua vita, e a prendere una decisione che la vedrà ancora una volta lontana da casa…
Nel 1936 la Palestina è sotto il mandato britannico e nelle campagne, nei villaggi e nelle città cresce una tensione destinata a cambiare il volto del paese. Yusuf è un giovane contadino di Al-Basma che ogni giorno raggiunge Gerusalemme, dove lavora come autista per Amir Atef, facoltoso giornalista, e per sua moglie Khuloud, donna istruita e impegnata nel lavoro di informazione. Diviso tra il mondo rurale in cui è cresciuto e la città, Yusuf entra così in contatto con ambienti sociali e politici molto diversi dai suoi, mentre nel villaggio la protesta contro il dominio britannico e la crescente presenza sionista diventa sempre più forte. Accanto a lui c’è Rabab, giovane vedova che deve occuparsi della figlia e degli anziani genitori. Quando la rivolta prende forma, la Storia irrompe nella vita quotidiana e costringe persone comuni a confrontarsi con un futuro sempre più incerto.
Annemarie Jacir racconta la rivolta araba del 1936-1939 attraverso una narrazione corale, nella quale le vicende private si intrecciano continuamente con i grandi cambiamenti politici. Il film passa dalla campagna alla Gerusalemme degli ambienti più agiati, dal lavoro dei portuali agli scioperi, dalle discussioni degli intellettuali alla vita delle famiglie, restituendo una società attraversata anche da profonde differenze di classe. Mentre la Commissione Peel apre la prospettiva di una spartizione del territorio e la repressione britannica si fa sempre più violenta, le decisioni prese lontano dai villaggi ricadono direttamente sulla vita di chi lavora la terra, sui rapporti familiari e sulle comunità. Il 1936 diventa così il punto in cui tensioni già presenti da tempo cominciano a trasformare irreversibilmente la società palestinese. Al centro rimangono però gli uomini e le donne che cercano di continuare a vivere mentre il mondo intorno a loro cambia. Yusuf è sospeso fra appartenenza e desiderio di emancipazione; Khuloud cerca nella scrittura uno strumento per comprendere e raccontare il proprio tempo; Rabab deve difendere la propria famiglia mentre la violenza entra progressivamente nella quotidianità. Attraverso i loro sguardi, Jacir evita di ridurre la Storia a una semplice successione di eventi politici e la restituisce come esperienza concreta, fatta di paura, responsabilità, legami e speranze.
Dopo Quando ti ho visto e Wajib – Invito al matrimonio, Jacir torna alla memoria palestinese per raccontare un capitolo precedente alla nascita di Israele. Il suo dramma storico conserva l’ampiezza dell’affresco senza perdere l’attenzione per i volti, gli spazi e i gesti quotidiani. Palestine 36 diventa così il ritratto di una comunità colta alla vigilia di una trasformazione profonda: un paese ancora immerso nella propria vita ordinaria, mentre le tensioni del presente cominciano a disegnare un futuro che nessuno dei suoi abitanti può ancora conoscere.




