31/10/2026
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Digger Rockwell è un magnate texano del petrolio, erede di una fortuna costruita nel corso di generazioni e trasformata da lui in un impero ancora più vasto. Potente, eccentrico e abituato a muoversi tra affari, politica e informazioni riservate, vive nella convinzione che ogni problema possa essere risolto attraverso il denaro e l’influenza. Quando un incidente legato alle attività della sua compagnia nei ghiacci della Groenlandia provoca una catastrofe ambientale dalle conseguenze potenzialmente globali, però, qualcosa sfugge al suo controllo. Una gigantesca massa di ghiaccio si stacca dalla calotta e la crisi minaccia di investire l’Europa, mettendo in discussione equilibri politici ed economici ben oltre i confini americani. Di fronte all’emergenza, Digger si affida a Nirav Ganesh, climatologo e consulente scientifico che non ha paura di contraddirlo e di riportarlo continuamente alla realtà dei fatti. Digger affronta il disastro con la stessa mentalità con cui ha costruito la propria fortuna: cercando di assumere il controllo della situazione e trasformando l’emergenza in una nuova occasione per riaffermare se stesso. Se la catastrofe è legata alle sue attività, sarà lui a cercare una soluzione. Intorno a questo paradosso Alejandro G. Iñárritu costruisce una satira apocalittica che mette in collisione capitalismo, politica, scienza e narcisismo, osservando un’umanità incapace di affrontare una crisi senza trasformarla in una questione di potere. Da una parte Digger, convinto che volontà e denaro possano ancora piegare la realtà; dall’altra Ganesh, che cerca ostinatamente di riportare ogni decisione ai dati e alle conseguenze concrete. La crisi climatica diventa così il terreno di uno scontro fra ambizione, responsabilità e bisogno di controllo.
Iñárritu costruisce questo universo attraverso una messa in scena volutamente artificiale, teatrale e grottesca, dove l’eccesso degli ambienti e dei personaggi diventa parte integrante del racconto. Le residenze di Digger, gli spazi della politica e gli scenari della catastrofe compongono una geografia sospesa tra realismo e caricatura. La fotografia di Emmanuel “Chivo” Lubezki, realizzata interamente in VistaVision, amplifica la monumentalità delle immagini e la cura della scenografia, mentre trucco e protesi trasformano Tom Cruise in un personaggio fisicamente lontanissimo dall’eroe atletico e invulnerabile che ha incarnato per decenni.
Accanto a Cruise, Riz Ahmed, John Goodman, Sandra Hüller, Jesse Plemons e Michael Stuhlbarg danno corpo a una galleria di figure attraverso le quali il film osserva diverse forme di potere e appartenenza. Dopo Birdman, Iñárritu torna a confrontarsi con il rapporto fra realtà e rappresentazione, ma lo fa attraverso una commedia nera che assume le forme del disaster movie per parlare del presente. L’apocalisse diventa allora anche uno specchio deformante: più la situazione precipita, più gli uomini che la governano sembrano impegnati a difendere il proprio ruolo, la propria immagine e la propria versione dei fatti.
Nell’estate del 1949, Thomas Mann, premio Nobel per la letteratura, torna in Germania dopo sedici anni di esilio negli Stati Uniti. Ad accompagnarlo è la figlia Erika, scrittrice e attrice, con cui attraversa un paese ancora segnato dalle ferite della guerra e ormai diviso tra le influenze americana e sovietica. Da Francoforte a Weimar, tra cerimonie ufficiali e incontri con esponenti della cultura, lo scrittore ritrova una patria che sembra reclamare il suo prestigio senza essere ancora pronta a confrontarsi con le proprie responsabilità. Il ritorno diventa così un confronto con una nazione che cerca di ricostruire la propria immagine, mentre il rapporto con Erika rivela una distanza più intima, fatta di affetto, incomprensioni e differenti modi di guardare alla Storia.
Con Fatherland, Paweł Pawlikowski indaga il significato dell’appartenenza e la difficoltà di tornare in un luogo che non si riconosce più. La Germania del dopoguerra cerca nella propria tradizione culturale un fondamento per ricominciare, ma dietro le celebrazioni della grande letteratura persistono ambiguità e responsabilità irrisolte. La figura di Goethe, evocata come simbolo di un patrimonio condiviso, diventa terreno di confronto tra visioni politiche inconciliabili. Mann si affida alla cultura come possibile strumento di riconciliazione, mentre Erika osserva con maggiore inquietudine la distanza tra gli ideali proclamati e i comportamenti di chi vorrebbe rappresentarli. Il viaggio si trasforma così in un confronto tra generazioni e sensibilità diverse, nel quale la memoria privata si intreccia con quella collettiva.
La fotografia in bianco e nero restituisce un paesaggio sospeso tra rovina e ricostruzione, fatto di architetture severe, interni dimessi e spazi istituzionali nei quali gli individui sembrano smarrire la propria voce. Pawlikowski affida alle inquadrature rigorose, ai silenzi e alle ellissi narrative il compito di esprimere ciò che le parole ufficiali tendono a nascondere. Il passaggio da una Germania all’altra modifica l’atmosfera e il rapporto tra i personaggi e gli ambienti, rivelando come anche la cultura possa diventare uno strumento di legittimazione del potere. Hanns Zischler interpreta Mann con una compostezza attraversata dall’estraneità, mentre Sandra Hüller dà a Erika un’intelligenza vigile e una sensibilità capace di cogliere le contraddizioni dietro le apparenze. Nel loro rapporto, il dramma storico acquista una dimensione profondamente umana.
Dopo Ida e Cold War, Pawlikowski prosegue la sua esplorazione delle identità ferite dalla Storia, intrecciando vicende private e fratture politiche. Ispirato al viaggio realmente compiuto da Mann nel 1949, ma libero di rielaborarne alcuni aspetti, Fatherland riflette sulla possibilità di ricostruire una comunità senza fare i conti con le colpe del passato. Il ritorno dello scrittore diventa il confronto con una patria che cerca di ritrovare se stessa, ma rischia di utilizzare la cultura per recuperare prestigio senza affrontare fino in fondo le proprie responsabilità. In questo spazio sospeso tra memoria e rimozione, Pawlikowski interroga il valore dell’arte e i limiti della sua autorità morale: perché una tradizione possa tornare a unire, non basta celebrarne la grandezza, occorre anche riconoscere le ferite che la Storia ha lasciato dietro di sé.
Migliora regia a Cannes 2026.
Frances Haugen è un’ingegnera informatica che lavora per Facebook e crede nella possibilità che la tecnologia avvicini le persone. Ma, dietro la promessa di una connessione continua, comincia a intravedere le contraddizioni di un sistema che sembra privilegiare la crescita della piattaforma anche quando emergono conseguenze preoccupanti per i suoi utenti. Documenti interni e dati aziendali sollevano interrogativi sul funzionamento degli algoritmi, sulla diffusione di contenuti estremi e sulla consapevolezza con cui l’azienda affronta i rischi delle proprie scelte. Per Frances, il dubbio diventa una questione di coscienza: come continuare a credere nella missione di un’impresa quando le sue pratiche sembrano contraddirne i principi? Decide così di rivolgersi a Jeff Horwitz, giornalista del Wall Street Journal impegnato a indagare sui segreti del colosso digitale. Dalla loro collaborazione prende forma un’inchiesta delicata, fatta di verifiche, documenti e testimonianze, destinata a mettere in discussione il potere di una delle aziende più influenti del mondo. Ispirato ai fatti che portarono alla pubblicazione dei Facebook Files nel 2021, The Social segue il percorso di due persone che scelgono di esporsi per rendere pubbliche informazioni capaci di cambiare il modo in cui guardiamo ai social network. La ricerca di Frances e Jeff si sviluppa in un territorio dove tecnologia, interessi economici e responsabilità collettiva si intrecciano continuamente. Gli algoritmi, invisibili agli occhi di chi utilizza quotidianamente le piattaforme, diventano il centro di una domanda sempre più urgente: che cosa accade quando gli strumenti pensati per mettere in comunicazione le persone finiscono anche per alimentare divisioni e amplificare i conflitti? Per Frances, denunciare ciò che ha scoperto significa confrontarsi con il mondo professionale al quale appartiene; per Jeff, trasformare informazioni complesse in un’inchiesta verificabile significa misurare il valore del giornalismo di fronte a un potere capace di condizionare il dibattito pubblico. Il loro lavoro procede fra fiducia e cautela, nella consapevolezza che rendere visibile una verità non garantisce che qualcuno sia disposto ad ascoltarla. Al centro della vicenda si trova anche Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook e simbolo di un potere tecnologico ormai profondamente radicato nella vita quotidiana. Il confronto con The Social Network di David Fincher è inevitabile: se il film del 2010 raccontava la nascita della piattaforma, qui lo sguardo si sposta sulle responsabilità che accompagnano il suo successo e sulle conseguenze di un sistema diventato parte integrante della società.
Scritto e diretto da Aaron Sorkin, il film affida ai confronti verbali e alla ricostruzione dei fatti il compito di far emergere le contraddizioni di un universo in cui le decisioni aziendali possono avere ripercussioni ben oltre i confini dell’impresa. Mikey Madison interpreta Frances Haugen, Jeremy Allen White è Jeff Horwitz e Jeremy Strong veste i panni di Zuckerberg. La vicenda si inserisce nella tradizione del cinema americano d’inchiesta, dove la ricerca della verità diventa uno scontro con istituzioni e interessi più grandi dei singoli individui. Ma la questione sollevata da The Socialriguarda anche la responsabilità di chi progetta e controlla gli strumenti attraverso cui circolano le informazioni. Se una piattaforma può influenzare ciò che vediamo e il modo in cui interpretiamo il mondo, fino a che punto può sottrarsi alle conseguenze delle proprie scelte? Nel tornare sull’universo di Facebook, Sorkin sposta l’attenzione dalla nascita di una rivoluzione digitale al prezzo umano e sociale del suo consolidamento, lasciando aperta una domanda che riguarda tutti: quanto può cambiare il mondo una verità, quando il sistema chiamato a riconoscerla è lo stesso che dovrebbe essere messo in discussione?
Joe e Angela sono sposati da anni e vivono a San Francisco in una casa dove la complicità sembra essersi consumata insieme alla musica che un tempo li univa. Lui era il cantante e musicista di una band, oggi insegna musica in un piccolo college e porta nel matrimonio il peso delle occasioni mancate; lei ha finito per sentirsi confinata in una vita domestica che non le restituisce più la stessa persona di un tempo. Tra i due sono rimasti soprattutto battute, recriminazioni e silenzi, mentre al piano di sopra una coppia di vicini, Piña e Hawk, sembra vivere con assoluta libertà ciò che Joe e Angela hanno smesso di concedersi. Le loro rumorose notti d’amore diventano così l’origine di una cena pensata inizialmente per chiedere un po’ di discrezione. Ma Piña, sessuologa spagnola dall’ironia disarmante, e Hawk, ex vigile del fuoco dall’aria sicura e disinvolta, entrano nella loro casa portando con sé una concezione delle relazioni molto più libera. E quello che avrebbe dovuto essere un semplice confronto tra vicini comincia presto a mettere in discussione gli equilibri della coppia. La cena diventa progressivamente un gioco di confessioni, provocazioni e attrazioni inattese. La naturalezza con cui Piña e Hawk parlano di sesso e desiderio mette Joe e Angela davanti alle proprie frustrazioni, alla gelosia e a tutto ciò che nel loro matrimonio è rimasto non detto. L’altra coppia appare inizialmente come l’immagine di una libertà quasi irraggiungibile, ma proprio questa sicurezza finisce per diventare uno specchio nel quale tutti e quattro sono costretti a riconoscersi. La possibilità di mettere in discussione i confini della monogamia porta la conversazione sempre più lontano dalle buone maniere di una cena fra conoscenti e dentro la zona più fragile delle relazioni: quella in cui il desiderio si intreccia con il bisogno di sentirsi ancora scelti, ascoltati e guardati dalla persona che si ha accanto. Tra sarcasmo, imbarazzo e momenti di autentica vulnerabilità, The Invite trasforma una situazione apparentemente leggera in un confronto sul tempo trascorso insieme e sulla difficoltà di capire se una coppia possa ritrovare la propria intimità prima che l’abitudine diventi una forma di estraneità.
Terzo lungometraggio diretto da Olivia Wilde, The Invite nasce dalla pièce Los vecinos de arriba di Cesc Gay e dal successivo film Sentimental, ma trasferisce la situazione originale nella San Francisco contemporanea. Wilde mantiene l’impianto quasi teatrale di una storia concentrata in un appartamento e in una sola serata, ma lo rende più dinamico, il ritmo dei dialoghi e una messa in scena che segue il continuo mutare delle distanze fra i quattro personaggi. Il lavoro degli interpreti è essenziale: Seth Rogen porta nel sarcasmo di Joe una vena malinconica, Penélope Cruz costruisce una Piña ironica e provocatoria, Edward Norton dà a Hawk un’apparente sicurezza dietro cui affiorano altre inquietudini, mentre Wilde interpreta Angela con una vulnerabilità che emerge lentamente. La musica accompagna il progressivo aumento della tensione, mentre l’appartamento si trasforma da spazio domestico a luogo di confronto. Così, dietro la commedia sul sesso e sulla crisi della coppia, rimane soprattutto una storia di persone che hanno dimenticato come parlarsi e che, nel corso di una serata fuori dall’ordinario, sono costrette a chiedersi cosa significhi davvero continuare a scegliersi.
Nazar è un direttore d’orchestra afghano, suo figlio Jalil un giovane suonatore di tuba. Quando la musica viene messa al bando nel loro Paese sotto il regime talebano, entrambi sono costretti a lasciare la propria terra e a intraprendere la rotta balcanica, un lungo e incerto cammino verso l’Italia. Li accompagna la speranza di poter ricominciare e tornare a suonare, grazie anche alla possibilità di tenere un concerto che li attende oltre il confine. Ma gli ultimi chilometri del viaggio si rivelano una prova estenuante: il freddo,la stanchezza e le difficoltà del percorso pesano sui loro corpi, mentre la meta sembra allontanarsi aogni passo. Nazar porta con sé il peso della responsabilità paterna e la fatica di chi deve continuare aresistere; Jalil custodisce invece, attraverso la musica, la possibilità di immaginare un futuro diverso.Quando le condizioni di salute dell’uomo peggiorano, i due incontrano Greta, una giovane dottoressa italiana impegnata nell’assistenza ai migranti lungo il confine. Il loro incontro, breve e inatteso, mette in relazione esistenze distanti, accomunate dalla necessità di confrontarsi con scelte difficili e con il significato concreto della solidarietà.
La musica è il filo che attraversa la vicenda, non soltanto come vocazione artistica, ma come espressione di identità e libertà. Per Nazar e Jalil, poter suonare significa difendere una parte essenziale di sé dalla violenza di un regime che pretende di cancellarla. Il viaggio diventa così anche una lotta perpreservare la propria storia, mentre la rotta balcanica si rivela uno spazio sospeso, fatto di attese,ostacoli e confini che separano chi cerca protezione da chi può attraversarli liberamente. Accanto alla fuga dei due musicisti, lo sguardo di Greta introduce la prospettiva di chi si trova davanti alla sofferenza altrui e deve decidere come rispondere. Senza indulgere nel sentimentalismo, Balcanica racconta l’incontro tra persone che, pur provenendo da mondi differenti, si trovano unite dalla vulnerabilità e dalla possibilità di un gesto capace di cambiare il corso delle cose.
Opera prima nel lungometraggio di Nicola Sorcinelli, il film affronta il tema della migrazione attraverso una narrazione essenziale, affidata soprattutto alla presenza fisica dei personaggi e alla desolazione dei luoghi di confine. La fotografia privilegia tonalità fredde e atmosfere crepuscolari, trasformando il paesaggio in una presenza che amplifica la fatica e il senso di precarietà dei protagonisti.Le distanze, i silenzi e i corpi provati dal viaggio restituiscono la percezione di un cammino interminabile, nel quale la vicinanza alla meta non coincide necessariamente con la possibilità di raggiungerla. Sorcinelli sceglie uno sguardo asciutto, che lascia emergere la tensione emotiva senza ricorrere a facili soluzioni, sostenuto dalle interpretazioni di Babak Karimi, Ivar Wafaei e Matilda De Angelis. La musica accompagna una storia in cui il diritto di esprimersi si intreccia con quello di cercare una vita possibile. Più che offrire risposte, Balcanica invita a guardare oltre il confine, là dove le grandi questioni politiche tornano a essere esperienze individuali, volti e destini, e dove un incontro può diventare il primo passo verso una diversa idea di responsabilità.
Nella Russia del 2022, mentre l’invasione dell’Ucraina comincia a sconvolgere gli equilibri del Paese, Gleb è un imprenditore di successo che vive con la moglie Galina e il figlio adolescente in una casa moderna, appartata e confortevole. La sua esistenza sembra protetta dalle incertezze del mondo esterno, organizzata intorno al lavoro, al benessere economico e a una quotidianità regolata da abitudini consolidate. Ma la guerra si insinua anche in questo universo privilegiato: le autorità chiedono a Gleb di individuare alcuni dipendenti da destinare al fronte, mettendo a rischio la sua attività e costringendolo a confrontarsi con un potere al quale non può semplicemente opporre la propria autonomia. Mentre cerca una soluzione per salvaguardare l’azienda, anche la vita privata comincia a incrinarsi. Il rapporto con Galina, ormai freddo e privo di autentica intimità, è attraversato da sospetti che minacciano di compromettere definitivamente l’equilibrio familiare. Gleb è abituato a gestire persone e situazioni con pragmatismo, convinto che ogni problema possa essere ricondotto a una questione di convenienza e controllo. Quando le pressioni professionali si sommano alla crisi coniugale, questa sicurezza comincia però a vacillare, lasciando emergere un lato oscuro che l’apparente rispettabilità borghese sembrava tenere nascosto.
In Minotaur, la guerra non è soltanto uno scenario lontano, ma una presenza che penetra negli spazi della vita quotidiana, modifica i rapporti di lavoro e impone scelte dalle conseguenze irreversibili. La richiesta di fornire uomini per il fronte trasforma i dipendenti in numeri da consegnare alle autorità, mentre Gleb cerca di difendere il proprio mondo ricorrendo alla stessa logica utilitaristica che governa la sua attività. Parallelamente, la crisi matrimoniale mette in discussione il suo ruolo di marito e capofamiglia, facendo affiorare una concezione delle relazioni fondata sul possesso e sull’autorità. La casa, emblema di sicurezza e benessere, diventa così il luogo in cui si manifesta una fragilità che il denaro non può arginare. Anche il figlio adolescente, ripiegato nella propria dimensione generazionale, contribuisce a restituire l’immagine di una famiglia che conserva le proprie forme esteriori ma sembra aver smarrito la capacità di comunicare. Le tensioni private e quelle politiche finiscono per rispecchiarsi: in entrambi gli ambiti, Gleb si scopre incapace di accettare ciò che sfugge al suo controllo. Il film osserva così il progressivo deterioramento di un uomo che, nel tentativo di proteggere ciò che possiede, rischia di perdere ogni misura morale.
Dopo Il ritorno, Elena, Leviathan e Loveless, Andrey Zvyagintsev torna a esplorare le contraddizioni della società russa attraverso il microcosmo familiare, mostrando come i rapporti più intimi possano diventare lo specchio di un sistema fondato sulla sopraffazione. Il titolo richiama il Minotauro della mitologia greca, creatura mostruosa rinchiusa nel labirinto, evocando quella dimensione bestiale che può nascondersi sotto la superficie della rispettabilità. La regia privilegia composizioni rigorose, ambienti geometrici e una distanza osservativa che lascia emergere la tensione attraverso gesti, silenzi e comportamenti quotidiani. La fotografia di accentua il contrasto fra l’ordine degli spazi e il disordine morale dei personaggi, mentre il ritmo trattenuto accompagna l’accumularsi della crisi. Liberamente ispirato a La femme infidèle di Claude Chabrol, il film trasferisce il dramma coniugale del cineasta francese nella Russia contemporanea, ampliandolo fino a farne un ritratto del rapporto fra potere, privilegio e responsabilità. Tra thriller psicologico e noir politico, Minotaur mette in relazione la violenza delle istituzioni e quella che attraversa le relazioni private, interrogando la facilità con cui il desiderio di conservare il proprio mondo può trasformarsi in una giustificazione per sopraffare quello degli altri.
Premio Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes.
Mark Renton è un giovane scozzese che vive a Edimburgo e ha scelto l’eroina come via di fuga da una società in cui non riconosce alcun ideale. Le sue giornate si consumano tra appartamenti degradati, locali, piccoli furti e incontri con una compagnia di amici che condivide la stessa deriva. Spud è fragile e impacciato, Sick Boy brillante e cinico, Begbie violento e imprevedibile, mentre Tommy sembra ancora legato a una vita lontana dalla dipendenza. Tra loro esiste una forma di amicizia fatta di abitudini e complicità, ma anche di egoismo e sopraffazione. Renton tenta più volte di disintossicarsi, oscillando tra il desiderio di cambiare e il richiamo di un mondo che, pur distruggendolo, gli offre un’identità e un senso di appartenenza. L’incontro con Diane, una giovane studentessa intelligente e disinvolta, incrina le sue certezze e lo costringe a confrontarsi con una realtà che non può liquidare semplicemente come conformista.
Tratto dal romanzo omonimo di Irvine Welsh, Trainspotting racconta una generazione sospesa tra il rifiuto delle convenzioni e l’incapacità di immaginare un’alternativa. Il disprezzo per il lavoro, la famiglia e il consumismo si trasforma in una ribellione contraddittoria, nella quale la ricerca della libertà finisce per coincidere con una progressiva perdita di controllo. La dipendenza attraversa i corpi e i rapporti umani, mentre l’amicizia diventa al tempo stesso rifugio e prigione. Danny Boyle evita ogni rappresentazione consolatoria della marginalità e alterna umorismo nero, situazioni grottesche e improvvise aperture sul dolore, lasciando emergere la fragilità di personaggi incapaci di separare il bisogno di appartenere dalla necessità di sottrarsi al proprio ambiente. La possibilità di cambiare vita si accompagna così a un interrogativo più profondo: quanto costa liberarsi da ciò che, pur facendoci del male, è diventato parte di noi?
Con uno stile visivo febbrile e provocatorio, Boyle trasforma la realtà quotidiana in un paesaggio mentale, deformato dalle ossessioni e dai desideri dei protagonisti. Gli spazi angusti, le prospettive insolite e le incursioni nel surreale si combinano con un montaggio serrato, capace di passare bruscamente dall’euforia all’angoscia. Emblematica è la sequenza del gabinetto, in cui la ricerca diventa una discesa impossibile e grottesca, sospesa tra repulsione e allucinazione. La colonna sonora, con brani di Iggy Pop, Lou Reed e Underworld, non accompagna semplicemente le immagini, ma ne amplifica l’energia e il ritmo, contribuendo a definire l’identità culturale del film. Ewan McGregor dà a Renton un’ironia disincantata che convive con l’autoinganno, mentre Ewen Bremner, Jonny Lee Miller e Robert Carlyle costruiscono un gruppo di personaggi diversi, uniti da un’intesa tanto vitale quanto distruttiva.
Uscito nel 1996, nel clima culturale della Gran Bretagna degli anni Novanta, Trainspotting porta sullo schermo la scrittura radicale di Welsh attraverso uno sguardo che privilegia l’energia e la stilizzazione rispetto al realismo sociale tradizionale. La sceneggiatura di John Hodge riorganizza il romanzo in un racconto cinematografico incisivo, nel quale la cultura pop, la provocazione e la violenza convivono senza trovare una sintesi rassicurante. Accusato di estetizzare la tossicodipendenza, il film ne restituisce anche il fascino soggettivo, senza nasconderne la devastazione. È proprio in questa tensione che risiede la sua forza: Trainspotting non celebra la fuga dalla realtà né offre facili risposte, ma racconta una giovinezza che cerca disperatamente di sentirsi libera, mentre fatica a immaginare che cosa significhi davvero scegliere la propria vita.
INGRESSO GRATUITO
Tre cortometraggi, tre prospettive femminili per attraversare la memoria, il trauma e il significato di casa. Una serata dedicata a storie che portano alla luce esperienze spesso invisibili, trasformando questioni personali e collettive in occasioni di ascolto e confronto.
CHATEAU LA BELLE, di Simona Nobile e Gianmarco Serra (15′), intreccia animazione e fiction per raccontare gli abusi subiti, soprattutto dalle donne, all’interno di istituti, orfanotrofi e ospedali psichiatrici. Ispirato a fatti reali, il cortometraggio riporta alla luce le violenze perpetrate in nome della cura e del controllo, interrogando la memoria collettiva e le sue zone d’ombra. Dopo il debutto al MedFilm Festival, il film è entrato nella cinquina dei Nastri d’Argento e ha partecipato a numerosi festival internazionali.
Con LASCIA ANDARE, di Isabella Leoni, con Emanuela Rimoldi (14′), lo sguardo si concentra sulla fragilità individuale e su quei momenti in cui un trauma o un lutto possono farci sentire estranei al mondo. Nato da un’esperienza reale e da un’urgenza personale e collettiva, il film cerca di dare voce a chi attraversa momenti di buio, aprendo uno spazio di riconoscimento e condivisione. Il progetto è realizzato in collaborazione con lo IEO di Milano.
SOLO UN LUOGO, di Alice Galbiati (22′), è un documentario che esplora il rapporto tra identità, spazio e appartenenza attraverso le esperienze di persone che hanno scelto di non avere un’unica dimora. In un presente in cui la stabilità abitativa non è sempre una certezza, il film si interroga su cosa significhi chiamare un luogo casa e su come sia possibile costruire il proprio senso di appartenenza tra città e paesaggi differenti.
Dalla memoria collettiva al dolore intimo, fino alla ricerca di nuove forme dell’abitare, i tre cortometraggi compongono un percorso attraverso storie e vissuti differenti, restituendo spazio e complessità a esperienze spesso ai margini.
Al termine delle proiezioni, le registe e il cast saranno presenti per incontrare il pubblico e approfondire i temi affrontati e i percorsi creativi dei film. Un’occasione di dialogo per scoprire come il cortometraggio possa diventare uno strumento per interrogare il presente e aprire nuove prospettive.




